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Adeguare la Costituzione?

Altre volte ho scritto sulla pericolosità delle religioni, almeno quelle monoteiste. Per me è un’ovvietà, che non meriterebbe neppure menzione, se non fosse che è un’ovvietà assai poco condivisa. E’ talmente poco condivisa che, addirittura, la nostra Costituzione (come altre) si preoccupa di tutelare queste credenze potenzialmente pericolose.

La libertà di religione, intesa come libertà di credere in qualcosa, è già tutelata dalle norme sulla libertà di pensiero e di parola. E’ davvero difficile da dimostrare perché credere in Dio (o un dio) dovrebbe configurare qualcosa di diverso dal credere nel libero mercato, o nella collettivizzazione dei mezzi di produzione, o – non c’è intenzione derisoria- nella Befana o Babbo Natale. Io sono, comunque, favorevole in massimo grado alla libertà di pensiero e, quasi in ugual misura, a quella di espressione.

Poi c’è un passo ulteriore, che consiste nell’organizzarsi, ossia mettersi insieme fra gente che crede nelle stesse cose, e che a queste cose dà un nome: cattolicesimo, islam, e così via. Anche qui interviene la Costituzione, con qualche limitazione e anche qualche differenza di trattamento: infatti, mentre i cattolici vedono recepito i Patti Lateranensi e successive rinegoziazioni direttamente nella Costituzione, gli altri sono dichiarati liberi di organizzarsi, purché i loro “statuti” non contrastino con l’ordinamento italiano, ossia non vadano contro la legge. Tacendo dei Patti Lateranensi e del Concordato (di cui penso ogni male) ritengo che anche in questo campo la libertà di associazione sia già tutelata altrove, nella Costituzione, e non capisco proprio che bisogno ci sia di dedicare articoli specifici alle confessioni religiose, oltretutto nei Principi Fondamentali.
Dovrebbe comunque essere chiaro che organizzarsi, nel contesto, significa mettersi insieme per celebrare riti religiosi. Ignoro perché, ma nella maggior parte delle religioni i fedeli preferiscono avere un rapporto collettivo, e a volte mediato da sacerdoti, con la divinità. Fatti loro, almeno finché rimangono tali.

Purtroppo, non rimangono fatti loro. Millenni di storia dimostrano una pericolosa tendenza dei fedeli organizzati a debordare: dal proselitismo alla violenza contro i fedeli di religioni diverse, chiamati a volte infedeli, alla punizione contro chi non pratichi bene la stessa religione, chiamato a volte eretico. Più di recente, nella contrapposizione tra Chiesa e Stato e, ancora più di recente, nella petulante e insistente richiesta allo Stato di leggi favorevoli e prebende di varia natura.
A seguito di questo debordare, le religioni diventano (ossia sono) pericolose e moleste.

C’è un’evoluzione storica diversa per ciascuna religione organizzata. Fino a tutta l’epoca della Controriforma, la Chiesa di Roma è stata attrice e fomentatrice di violenze, anche belliche, tese a aumentare o difendere il proprio potere. Successivamente, in modo graduale, il suo comportamento si è fatto meno ostensibilmente violento, e più teso al mantenimento delle posizioni e all’accumulo di ricchezza finanziaria. Una poderosa spinta al ridimensionamento è venuta dalla caduta del potere temporale, per il quale il mondo dovrebbe essere grato ai massoni piemontesi.

L’attuale minore aggressività della Chiesa Cattolica non può, neppure per un attimo, essere attribuita a pentimento o carità cristiana (anche perché non è stata accompagnata dalla diminuzione dell’avidità di denaro). Ma intanto c’è.
L’Islam, al contrario, è ancora aggressivo come lo era la Chiesa di Roma 400 anni fa. L’atteggiamento è simile, ma la pericolosità è aumentata dalla disponibilità di mezzi di distruzione incomparabilmente superiori. Inoltre, si muove in una comunità globalizzata, che non solo non ama essere messa in pericolo dal fanatismo islamico, ma finisce, a differenza di qualche secolo fa, per mettere il naso negli stessi affari interni del mondo islamico, a caccia di diritti civili da far rispettare.

In questo contesto, mi pare chiaro che contro i fedeli organizzati dovrebbe ergersi, forte di alcune buone ragioni, una comunità dei laici organizzati. Le istanze dei laici organizzati sono, in parte, contrastate dagli stessi ordinamenti giuridici di molti paesi occidentali, come il nostro. Tali ordinamenti trattano le religioni partendo dal presupposto che siano, in realtà, una religione: quella maggioritaria in ciascun paese al tempo in cui l’ordinamento giuridico si è consolidato. Per esempio, nell’Italia dell’immediato dopoguerra, si aveva a che fare con una chiesa cattolica indubbiamente forte, pericolosa e spesso prevaricatrice, ma ormai non più in grado di usare la forza né nei confronti della nazione né –salvo eccezioni- di singoli individui. E in base a questo si sono mossi i costituenti. Perciò, restando in Italia, i laici organizzati hanno combattuto e combattono battaglie contro la Chiesa sul terreno, ad essi più congeniale, dell’invadenza clericale in tema di diritti civili. Molte battaglie sono state vinte (divorzio, aborto: ma direi che, soprattutto, è stata vinta la guerra strisciante per la laicizzazione dell’opinione pubblica, o, se si preferisce, della popolazione) altre perse, come per esempio quella dei quattrini: otto per mille, finanziamenti alle scuole cattoliche, privilegi fiscali, appalti a società che fanno parte della galassia cattolica. Ma, per fortuna, di violenza fisica (astraendo da quella sessuale) non si parla più.

Purtroppo, ciò che era tagliato su misura per la chiesa cattolica e qualche minoritaria comunità di pacifici protestanti non va bene per l’Islam. I fedeli organizzati dell’Islam non sono pacifici protestanti. Il loro diritto di organizzarsi fruisce di garanzie maturate un contesto che non ne prevedeva l’attivismo. I “laici organizzati” non lo sono per nulla nei confronti di questo fenomeno, e rischiano addirittura di non percepirne la natura, tutti rivolti, come sono, oltre Tevere.

Questi fatti che riguardano l’Islam, uniti ad altri, che riguardano la Chiesa di Roma, fanno pensare che un’abrogazione secca degli articoli 7 e 8 della Costituzione sarebbe oltremodo opportuna e urgente.
Capisco che non è facile, e che non esiste una maggioranza in parlamento per ottenerlo (non ci sarebbe neanche se il centro-sinistra avesse vinto le elezioni, visto che laico è una cosa, desinistra un’altra). Non resta che muoversi nell’ambito delle leggi che ci sono, ostacolando in tutti i modi legali l’attivismo associativo di fedeli potenzialmente pericolosi. In primis, è indispensabile porre ogni ostacolo possibile alla costruzione di luoghi di culto, che facilitano l’aggregazione incontrollata di elementi pericolosi e ne favoriscono il proselitismo, proprio come le Vele di Scampia o lo Zen di Palermo. Positiva sarebbe una moratoria nella costruzione di nuove chiese di qualunque religione. Va rilevato, en passant, che l’edilizia cattolica degli ultimi 100 anni ha portato un contributo complessivamente negativo, anche dal punto di vista estetico, alle nostre città. E forse 100 anni sono pure pochi, visto quello che ha combinato il clero costruttore dalla controriforma in poi.

L’obiezione che ci sono tanti fedeli moderati che verrebbero a soffrire di divieti tagliati su misura per i delinquenti non ha, semplicemente, senso. Qui non si tratta di buttare via il bambino con l’acqua sporca, ma di buttare l’acqua sporca con l’acqua pulita. Non ci vogliono grandi conoscenze di fisica per sapere che una simile mistura ha un solo nome: acqua sporca.
Erasmo

Pubblicato il 16/10/2009 alle 17.53 nella rubrica Diario.

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